Se esiste un tassello fondamentale, eppure colpevolmente trascurato dal canone letterario occidentale, per comprendere l'evoluzione della letteratura balcanica verso la modernità, questo è indubbiamente "Hitar Petar" (Pietro il Furbo) di Georgi Markovski. Pubblicato nel 1978 e vincitore dell'ambito premio dell'Unione degli Scrittori Bulgari, questo romanzo rappresenta una vera e propria anomalia di sistema. In un'epoca in cui il blocco sovietico esigeva ancora, seppur con lievi cedimenti, l'ossequio alle griglie prescrittive del realismo socialista, Markovski compie un'operazione letteraria dirompente, che la critica più avveduta ha successivamente inquadrato come uno dei primissimi, folgoranti esempi di postmodernismo bulgaro.Per apprezzare il virtuosismo stilistico di Markovski, bisogna prima capire il materiale di partenza. Nel folclore bulgaro e balcanico, Hitar Petar incarna l'archetipo del briccone beffardo: un contadino povero ma dall'astuzia proverbiale, sorta di nemesi locale e controparte del celebre Nasreddin Hodja. Eppure, Markovski non si limita a un semplice mosaico di aneddoti picareschi. Con un gesto narrativo di grande audacia, estirpa il personaggio dalla sua rassicurante bidimensionalità folclorica e lo scaglia nel gorgo tragico della grande Storia.
Il romanzo, infatti, è ambientato nel crepuscolo del XIV secolo, durante la drammatica caduta di Tarnovo e delle terre bulgare sotto la scimitarra dell'Impero Ottomano. In questo scenario storico, Markovski attua una lirica decostruzione dell'eroe: Hitar Petar viene trasfigurato da semplice burlone di villaggio a figura tragico-comica, assumendo persino i contorni di un "Cristo bulgaro".
Dal punto di vista stilistico, ci troviamo di fronte a un trionfo di quello che oggi studiamo come realismo magico balcanico. Sull'onda lunga del boom sudamericano (e in particolare della traduzione in bulgaro di Cent'anni di solitudine avvenuta proprio in quegli anni), Markovski utilizza il fantastico, l'allegoria e il grottesco non come sterile via di fuga, ma come lente d'ingrandimento epistemologica. All'interno della "Mahala" (il quartiere) in cui si muove il protagonista, il tempo storico lineare collassa per fondersi con il tempo circolare del mito.
Trovo assolutamente affascinante l'impalcatura intertestuale dell'opera. Il testo pullula di codici biblici che si scontrano e si ibridano con paure di matrice pagana, creando un sincretismo vertiginoso. In questa apocalisse storica, Petar non tenta di salvare il suo popolo con la spada, ma attraverso l'arguzia verbale e un peculiare "Auto-legge" (Самозаконие) che fa da contrappunto beffardo alla legislazione dei dominatori. L'umorismo audace diventa l'unica arma di sopravvivenza ontologica e la Parola assume una valenza salvifica e sacrale.
Sotto la sapiente patina del romanzo storico-folcloristico, è evidente come Markovski abbia innestato una sottilissima ma feroce critica al potere autoritario a lui contemporaneo. Attraverso l'uso del paradosso, dell'ironia e di uno stile frammentato e polifonico, l'autore elude la censura e ci consegna una riflessione universale sulle dinamiche del dominio, sulla libertà dell'individuo e sulla resistenza culturale di un popolo.
Hitar Petar è un romanzo denso, labirintico e linguisticamente esuberante. Georgi Markovski si conferma un maestro assoluto dello stile, capace di piegare il linguaggio alle esigenze di una narrazione radicata nella peculiare condizione esistenziale balcanica, ma proiettata verso le vette del modernismo europeo. È un'opera che dialoga alla pari con i capolavori di Borges, di Márquez e dei grandi postmodernisti, e che merita uno spazio di rilievo nella biblioteca di chiunque creda ancora nel potere eversivo della grande letteratura.



