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"La peste dei bambini" di Eduard Petiška


La peste dei bambini
Autore: Eduard Petiška
Traduzione dal ceco: Emilia Vinarova

Nei tempi antichi la morte nera entrava nelle città, come e quando le piaceva, e non aveva bisogno di porta per entrare e nessun muro o recinto poteva trattenerla. La mattina uno si alzava sano e forte e la sera stava in letto malato con il segno della morte negli occhi. La peste non sceglieva, prendeva i giovani e i vecchi, e non facevano in tempo a camposanto a scavare le fosse per le tombe. E di notte seppellivano alla luce delle fiaccole.

In campagna morivano interi villaggi e nelle città famiglie e intere case, i signori e i non signori, i padroni e la servitù. I nobili fuggivano dalle città colpite dalla peste in castelli lontani, ma non sapevano, se la peste nera non saliva sulla carrozza insieme a loro.

Il cielo ci punisce - diceva qualcuno e cercavano il colpevole, altri bestemmiavano e minacciavano il cielo. Altri riversavano la colpa della pestilenza sugli ebrei. Dicevano che loro avevano avvelenato i pozzi. Ma la peste veniva e falciava cristiani ed ebrei.

Nel periodo in cui a Praga viveva e insegnava l’alto rabbino Lew, la peste nera colpì la città ebraica. Gli altri quartieri rimanevano immuni alla peste. Quella volta nella città ebraica morivano solo e soltanto i bambini. Gli adulti assistevano impotenti alla dipartita dei figli e delle figlie. Grande afflizione visitò le case degli ebrei e non c’era una famiglia, dove non regnava il lutto.

Che cosa abbiamo commesso, si lamentavano gli ebrei, per subire questo atroce castigo. Pregavano perché i loro bambini si salvassero. Ma i bambini morivano. Si erano imposti un rigido digiuno per ammorbidire il cielo. Ma i bambini morivano. L’angelo della morte volteggiava sopra la città ebraica di Praga e senza sosta sbatteva le lugubri ali.

A lungo fino a notte il rabbino Lew sfogliava i libri e cercava nella memoria, come poter aiutare. Tutto il suo sapere gli appariva in mezzo a questa indescrivibile moria come un granello di sabbia in mezzo a un mare senza fine. Con dolore pensava che se non si trovava un aiuto veloce, la più giovane generazione ebrea a Praga sarebbe perita.

Andò tardi a letto e dormì un sonno agitato. Appena si addormentò gli apparve il profeta Elia e senza dire una parola gli fece cenno di alzarsi e di seguirlo.

Il rabbino si alzò e si incamminò dietro al profeta per le strade silenziose della città ebraica dritto al camposanto. Nella luce della luna come dietro ad una biancastra ragnatela il rabbino vide la terra ancora fresca e non asciutta sulle tombe dei bambini. A un tratto la torre sul municipio ebraico rintoccò la mezzanotte. Con i primi rintocchi dell’orologio della torre la terra comincò ad animarsi, muoversi, raggrumarsi, a risollevarsi, la terra si apriva e dalle tombe recentemente coperte si alzavano i bambini. Correvano per il cimitero, saltavano e ballavano, come se gioissero della loro breve libertà che metteva loro a disposizione l’ora di mezzanotte. Il rabbino Lew cercò il profeta. Il profeta Elia stava alle porte del camposanto grande e serio, ma la sua sagoma era sfocata, svaniva. Il rabbino aprì la bocca per chiedere al profeta che cosa significa tutto questo, ma non potè proferire un suono. Si svegliò angosciato. Di nuovo stava nel suo letto da solo e intorno era la notte buia.

Il rabbino Lew non si addormentò più e pensò del sogno fino all’alba. Con il nuovo giorno in lui maturò la decisione. Tra i suoi allievi c’era uno di cui sapeva che non si spaventava facilmente. Disse di chiamarlo.

"So che sei coraggioso," lo salutò, "per questa ragione ti ho scelto per aiutare la nostra comunità ebraica. Siamo puniti e non sappiamo per che cosa è la punizione. Ci rimane solo una strada per riuscire a sapere. Oggi di notte andrai al cimitero. Non avere paura perché il profeta Elia starà vicino a te, anche se non lo vedi e non te ne accorgi. A mezzanotte nel cimitero l’argilla comincerà a muoversi, la terra si aprirà e dalle tombe usciranno i bambini, che sono morti nelle ultime settimane. Cominceranno a correre tra le pietre tombali nei loro sudari bianchi e balleranno. Nasconditi bene e stai attento. Quando qualche bambino ballerà vicino al tuo nascondiglio a portata di mano, strappagli il sudario e vieni velocemente da me. Ti aspetterò."

L’allievo promise di fare tutto così come gli aveva detto il rabbino Lew. Di notte andò al cimitero, si nascose dietro ad una pietra tombale e aspettò. Non appena cominciò a rintoccare la mezzanotte dalla torre, la terra sulle tombe si mosse, i bambini si alzavano come dopo un lungo sonno, si strofinavano gli occhi, si stiravano e cominciavano a ballare. L’allievo riconosceva tra di loro i volti che sapeva – e il cuore gli cominciò a battere forte. Il ballo dei bambini diventava sempre più vivace e scatenato, i bambini salticchiavano già per tutto il cimitero. Alcuni di loro si avvicinarono ballando alla tomba dietro la quale si era nascosto l’allievo. Ogni volta che allungava la mano verso il bambino che ballava, per slegare i laccetti del sudario per sfilarlo, le sue dita tremavano di agitazione e scivolavano e il bambino si allontanava ballando. Solo quando provò la sua fortuna la settima volta, riuscì a impossessarsi del sudario e sfilarlo al bambino, che non si era accorto di niente. Subito corse con il sudario a casa del rabbino Lew. I bambini continuavano a ballare e neanche si erano accorti di lui.

Il rabbino Lew già aspettava l’allievo alla porta. Lo fece entrare e con cura chiuse a chiave la casa dopo di lui. Dopo si misero seduti nella stanza le finestre della quale guardavano sulla strada e aspettarono. Dentro era buio, ma di fuori brillava la luna sulla strada deserta. Il rabbino aspettò insieme con il suo allievo che rintoccasse un’ora dopo la mezzanotte. All’una tutti i bambini ritorneranno di nuovo sotto terra. Solo uno non potrà ritornare nella tomba perché non avrà il sudario. Tutti i bambini troveranno la pace, solo uno non troverà la pace.

Rintoccò l’una dopo la mezzanotte e nella luce della luna apparve il bambino. Correva verso la casa del rabbino Lew, bussò con il gracile dito sulla finestra, si lamentava e pregava:

"Abbiate pietà di me, buona gente, ridatemi il mio sudario. Senza il sudario non posso ritornare indietro e non troverò la pace."

"Ti ridaremmo il sudario," rispose il rabbino, "ma prima ci devi dire perché muoiono così tanti bambini ebrei."

"Abbi pietà di me e restituiscimi il mio sudario," si lamentava il bambino.

Non voleva dire perché infuriava la peste per la città.

"Va bene," disse il rabbino, " se non mi dici perché muoiono i bambini, non ti dò il tuo sudario."

Il bambino cominciò a piangere e si lamentava, si lamentava. L’allievo atterrito per poco non gli dette il sudario. Ma l’alto rabbino Lew sapeva che dalla risposta del bambino dipendeva se rimanevano vivi gli altri bambini e per questo restava in silenzio e lasciava il bambino a lamentarsi. A un certo punto il bambino si stancò di lagnarsi e disse:

"Lì in quella strada nella casa con il segno della giara sopra la porta, vivono due donne che hanno chiamato l’angelo della morte. Hanno ucciso di nascosto i propri figli e da quel momento l’angelo della morte non lascia la città."

Non appena il bambino rivelò, quello che voleva sapere il rabbino, ricevette indietro il proprio sudario. Corse con esso al cimitero.

La mattina del giorno dopo il rabbino Lew disse di portare da lui le due donne e quelle subito confessarono il malefizio. Pesava loro sulla coscienza e desideravano alleviarla. Si presentarono davanti al tribunale e furono condannati a morte.

Non appena la condanna fu eseguita, l’angelo della morte abbandonò la città ebraica di Praga. E la fama del rabbino Lew crebbe ancora di più.


Questa traduzione è pubblicata sotto Licenza Creative Commons da Emilia Vinarova.
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