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PER CONTRIBUIRE

"Roma" di Karel Čapek


ROMA
Autore: Karel Čapek
Traduzione dal ceco: Emilia Vinarova

Il Signore sa che preferirei scrivere di Rocca di Papa piuttosto che di Roma. Rocca di Papa è un piccolo nido arroccato in alto nei monti dei Colli Albani; lungo le strade scorre da sopra il liquame nel quale si rotolano capre nere e bambini ancora più neri, un sacco di bambini; le strade sono semplicemente scale, e le case sono come celle nere di pietra, che guardandole da lontano, magari dalle finestre del Vaticano, sembrano come zollette bianche di zucchero. Questa è Rocca di Papa. Ma Rocca di Papa non interessa nessuno in pubblico. Rocca di Papa non rappresenta un problema culturale, e dunque ritorniamo a Roma.

Machar ha trovato a Roma le antichità. Se si tratta di me, io ho trovato qui anzitutto il barocco. Il Colosseo è barocco. Tutta Roma imperiale è chiaramente barocco. Dopo è venuto il cristianesimo e di colpo ha messo fine al barocco imperiale. Di conseguenza „Roma artisticamente si è addormentata; e si è svegliata alla prima occasione, quando glielo ha permesso la rigida cinghia con cui la stringeva la cristianità, e quando di nuovo poteva sentire il fermento nel nuovo afflusso del barocco, questa volta sotto il segno del papato. Roma dei papi è semplicemente la continuazione di Roma Imperiale, perlomeno per quanto riguarda l’architettura, e forse adesso scriverò grandi stupidaggini, ma lasciatemi alle mie opinioni. Dunque, direi che qui in Italia, in ogni modo ci sono due tendenze di sviluppo: romana, barocca, universale, cattolica, proiettata verso le enormi dimensioni, il lusso, il dinamismo e l’esteriorità; e un’altra più primitiva, più austera, più popolare, forse potrei dire metaforicamente etrusca, che si è collegata alla parola del cristianesimo, ha creato i mosaici, si è infiltrata nelle catacombe, ha semplificato la scultura e l’architettonica, si esprimeva in modo infantile e intimo. Ma la tendenza barocca, di tanto in tanto, riesplodeva; in Italia s’impossessò del gotico e lo tramutò in un barocco sovraccarico e merlettato. Il primo rinascimento è nuovamente una reazione severa e fondamentalmente pura alla tendenza barocca, che aveva prevalso nel gotico italiano. Ma il rinascimento maturo è, in realtà, già una nuova vittoria dell’idea barocca. E così Roma continua a lavorare per il barocco, il barocco è la sua lingua materna; e Roma ha così poco in comune con l’antichità come la “Mikulášská třída”

Faccio questo commento pseudo-storico per non dover vergognarmi se dico che Roma in complesso non mi piace. Né il Foro Romano, né il terribile rudere di mattone del Palatino, e neanche altre cose sollevano in me sensazioni sacre; quelle dimensioni maniacali delle terme e dei palazzi e delle chiese, quella strana passione per costruire cose sempre più colossali, sempre più estese, questo è il vero barocco, ossessione, che più tardi spinse Paolo V a rovinare la Basilica di San Pietro. Il cattolicesimo e la Roma pagana degli imperatori si danno la mano; e il cristianesimo è ovviamente un episodio, che Roma aiutò a superare il più in fretta possibile.

I più amabili sono alcune piccole sante chiesette: Santa Prassede, Santa Maria in Cosmedin, San Saba o San Clemente, dove è sepolto il nostro patrono nazionale San Cirillo. “La tomba di San Cirillo”, diceva il sacrestano e mostrava la cassa di marmo incrinata nei sotterranei della chiesa, coperta con alcune pietre spaccate. Per un santo questo è troppo semplice, soprattutto quando uno ricorda le sfarzose tombe dei papi nella Basilica di San Pietro.

Tra le curiosità di Roma avrei enumerato i gatti al Foro di Traiano; c’è un praticello al di sotto del livello della strada, circondato da grate, in mezzo sta la colonna di Traiano, uno dei monumenti più folli del mondo, e tutt’intorno delle colonne rotte. Sopra quelle colonne recentemente ho contato non meno di sessanta gatti di tutti colori. E’ una veduta meravigliosa. Sono andato ancora a vederli durante una bellissima notte di luna; stavano serrati e miagolavano, è stato probabilmente un rito religioso. Mi sono appoggiato alla ringhiera, ho unito le mani e ricordavo la mia casa.

Anche i gatti hanno il proprio dio, gli cantano nelle notti di luna: perché tu no? Ah, non lo hai trovato nella luce bruciante di Elio del sud, neanche nella sfrenatezza fredda del cattolicesimo; forse, forse ti ha sussurrato qualcosa nella purezza del tempio dell’Alberti o nel dolce bagliore delle chiesette di Ravenna, ma non lo capivi bene. Poiché soprattutto non parlava ceco.

© Emilia Vinarova. Tutti i diritti riservati.
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