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Kapka Kassabova: cartografa delle frontiere perdute


C'è una scrittrice che ha fatto delle linee di confine — quelle vere, disegnate sulle mappe con filo spinato e posti di blocco, ma anche quelle invisibili tra memoria ed esilio — il centro della propria opera. Si chiama Kapka Kassabova, è nata a Sofia nel 1973, e oggi è una delle voci più originali della non-fiction narrativa europea.

Da Sofia alla Nuova Zelanda, passando per la Scozia

Kassabova cresce a Sofia in una famiglia di scienziati, durante gli ultimi anni del regime comunista bulgaro. Studia al Liceo Francese della capitale, in un'infanzia segnata dalla doppia vita tipica dei paesi del blocco sovietico: la normalità apparente delle vacanze sul Mar Nero e, a pochi chilometri, una frontiera elettrificata pattugliata da soldati e disertori in fuga.

Nel 1992, subito dopo la caduta del Muro di Berlino, la sua famiglia emigra in Nuova Zelanda. È lì che Kassabova comincia a scrivere in inglese — una scelta che diventerà permanente — pubblicando le prime raccolte di poesia e il romanzo d'esordio "Reconnaissance", premiato con l'Asia-Pacific Commonwealth Writers' Prize. Dal 2005 vive in Scozia, prima a Edimburgo e oggi in una casa immersa nelle Highlands, dove scrive a pochi passi da un fiume.

Una voce bilingue, un'opera senza confini di genere


Quello che rende Kassabova così riconoscibile è la sua capacità di muoversi liberamente tra i generi: poesia, romanzo, memoir, reportage narrativo. Il suo memoir d'infanzia "Street Without a Name" (2008) racconta gli ultimi anni del comunismo bulgaro attraverso gli occhi di una bambina, mentre "Twelve Minutes of Love" (2011) trasforma la passione per il tango argentino in un viaggio attraverso l'ossessione e il senso di casa.
Ma è con il cosiddetto "quartetto balcanico" che Kassabova raggiunge la sua piena maturità di scrittrice:
Border (2017)— un viaggio solitario lungo la zona di confine tra Bulgaria, Turchia e Grecia, l'antico tratto più remoto della Cortina di Ferro. Il libro le vale premi prestigiosi come il British Academy Al-Rodhan Prize, il Saltire Book of the Year e lo Stanford-Dolman Book of the Year.
To the Lake (2020) — un'esplorazione dei laghi di Ohrid e Prespa, al crocevia tra Macedonia del Nord, Albania e Grecia, e delle ferite ancora aperte delle guerre balcaniche.
Elixir (2021) — un'indagine sulle erbe medicinali e la conoscenza popolare delle montagne del Pirin.
Anima: A Wild Pastoral (2023) — il capitolo conclusivo del quartetto, dedicato ai Karakačani, pastori transumanti delle montagne bulgare.

I libri tradotti in italiano
Negli ultimi anni l'opera di Kassabova è arrivata progressivamente anche ai lettori italiani:

Confine. Viaggio al termine dell'Europa (EDT, 2019, trad. A. Lovisolo) — la sua opera più celebre, primo titolo a essere pubblicato in Italia.
Il lago. Ritorno nei Balcani in pace e in guerra (Crocetti, 2022)
Elisir (Crocetti, 2023)
Anima. Una pastorale selvaggia (Crocetti, 2024, trad. Anna Lovisolo)
Una strada senza nome (Crocetti, 2026) — l'edizione italiana del memoir d'infanzia Street Without a Name

Dopo l'esordio italiano con EDT, è stata soprattutto Crocetti Editore a portare avanti la pubblicazione sistematica del suo catalogo, completando di fatto la traduzione dell'intero "quartetto balcanico".

I libri di Kassabova non sono semplici guide di viaggio né semplici memoir: sono indagini stratificate, dove la geografia diventa pretesto per interrogare la storia, la memoria collettiva e il modo in cui i confini — politici, culturali, personali — continuano a plasmare le vite delle persone molto dopo che le ideologie che li hanno tracciati sono crollate. La sua scrittura è stata definita capace di eccellere "in ogni genere" affrontato, e non è un caso che i suoi libri siano stati tradotti in oltre venti lingue.

In un'epoca in cui i confini d'Europa tornano a essere argomento quotidiano di cronaca, la voce di Kapka Kassabova — bulgara per nascita, neozelandese per formazione, scozzese per scelta — offre uno sguardo raro: quello di chi ha attraversato davvero le linee che racconta.

La "Sindrome della Malinconia" e la Memoria del Socialismo


Il passaggio dal regime comunista alla democrazia (dopo il 1989) ha lasciato un'impronta indelebile. La letteratura bulgara affronta il passato non solo con realismo politico, ma attraverso la lente della malinconia e la ricostruzione frammentata dei ricordi.
L'autore di punta di questo periodo è Georgi Gospodinov. È la voce bulgara più celebre al mondo. La sua scrittura è postmoderna, ironica, profondamente empatica e strutturata a frammenti.
Il suo libro "Fisica della malinconia" è un romanzo-labirinto che usa il mito del Minotauro per esplorare la solitudine dell'uomo contemporaneo e la memoria del blocco sovietico.
"Cronorifugio" è vincitore del Booker Prize, una satira geniale sul "passato come rifugio", in cui una clinica per malati di Alzheimer inizia a ricreare i decenni del Novecento, spingendo intere nazioni europee a indire referendum per decidere in quale passato trasferirsi.

"Hitar Petar" di Georgi Markovski - la decostruzione del mito tra realismo magico e postmodernismo balcanico


Se esiste un tassello fondamentale, eppure colpevolmente trascurato dal canone letterario occidentale, per comprendere l'evoluzione della letteratura balcanica verso la modernità, questo è indubbiamente "Hitar Petar" (Pietro il Furbo) di Georgi Markovski. Pubblicato nel 1978 e vincitore dell'ambito premio dell'Unione degli Scrittori Bulgari, questo romanzo rappresenta una vera e propria anomalia di sistema. In un'epoca in cui il blocco sovietico esigeva ancora, seppur con lievi cedimenti, l'ossequio alle griglie prescrittive del realismo socialista, Markovski compie un'operazione letteraria dirompente, che la critica più avveduta ha successivamente inquadrato come uno dei primissimi, folgoranti esempi di postmodernismo bulgaro.

Per apprezzare il virtuosismo stilistico di Markovski, bisogna prima capire il materiale di partenza. Nel folclore bulgaro e balcanico, Hitar Petar incarna l'archetipo del briccone beffardo: un contadino povero ma dall'astuzia proverbiale, sorta di nemesi locale e controparte del celebre Nasreddin Hodja. Eppure, Markovski non si limita a un semplice mosaico di aneddoti picareschi. Con un gesto narrativo di grande audacia, estirpa il personaggio dalla sua rassicurante bidimensionalità folclorica e lo scaglia nel gorgo tragico della grande Storia.

Il romanzo, infatti, è ambientato nel crepuscolo del XIV secolo, durante la drammatica caduta di Tarnovo e delle terre bulgare sotto la scimitarra dell'Impero Ottomano. In questo scenario storico, Markovski attua una lirica decostruzione dell'eroe: Hitar Petar viene trasfigurato da semplice burlone di villaggio a figura tragico-comica, assumendo persino i contorni di un "Cristo bulgaro".

Dal punto di vista stilistico, ci troviamo di fronte a un trionfo di quello che oggi studiamo come realismo magico balcanico. Sull'onda lunga del boom sudamericano (e in particolare della traduzione in bulgaro di Cent'anni di solitudine avvenuta proprio in quegli anni), Markovski utilizza il fantastico, l'allegoria e il grottesco non come sterile via di fuga, ma come lente d'ingrandimento epistemologica. All'interno della "Mahala" (il quartiere) in cui si muove il protagonista, il tempo storico lineare collassa per fondersi con il tempo circolare del mito.

Trovo assolutamente affascinante l'impalcatura intertestuale dell'opera. Il testo pullula di codici biblici che si scontrano e si ibridano con paure di matrice pagana, creando un sincretismo vertiginoso. In questa apocalisse storica, Petar non tenta di salvare il suo popolo con la spada, ma attraverso l'arguzia verbale e un peculiare "Auto-legge" (Самозаконие) che fa da contrappunto beffardo alla legislazione dei dominatori. L'umorismo audace diventa l'unica arma di sopravvivenza ontologica e la Parola assume una valenza salvifica e sacrale.

Sotto la sapiente patina del romanzo storico-folcloristico, è evidente come Markovski abbia innestato una sottilissima ma feroce critica al potere autoritario a lui contemporaneo. Attraverso l'uso del paradosso, dell'ironia e di uno stile frammentato e polifonico, l'autore elude la censura e ci consegna una riflessione universale sulle dinamiche del dominio, sulla libertà dell'individuo e sulla resistenza culturale di un popolo.

Hitar Petar è un romanzo denso, labirintico e linguisticamente esuberante. Georgi Markovski si conferma un maestro assoluto dello stile, capace di piegare il linguaggio alle esigenze di una narrazione radicata nella peculiare condizione esistenziale balcanica, ma proiettata verso le vette del modernismo europeo. È un'opera che dialoga alla pari con i capolavori di Borges, di Márquez e dei grandi postmodernisti, e che merita uno spazio di rilievo nella biblioteca di chiunque creda ancora nel potere eversivo della grande letteratura.
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