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Hitar Petar e Bertoldo: parallelismi narrativi e riflessi fraseologici di due archetipi popolari



Nel vasto panorama della letteratura e del folclore europeo, è frequente rintracciare figure archetipо che, pur nascendo in contesti storico-geografici profondamente diversi, condividono funzioni narrative e sociali sorprendentemente simili. Un caso di grande interesse per gli studi comparatistici è il parallelo che si può tracciare tra Hitar Petar (Хитър Петър), eroe per eccellenza del folclore bulgaro, e le figure di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, rese celebri in Italia dall'opera seicentesca di Giulio Cesare Croce e Adriano Banchieri.

Per comprendere appieno questa affinità, è necessario innanzitutto introdurre la figura di Hitar Petar a chi non ha familiarità con la cultura bulgara. Traducibile letteralmente come "Pietro l'Astuto" o "Pietro il Furbo" (l'aggettivo bulgaro хитър, traslitterato hităr, denota un'intelligenza pratica, scaltra e opportunistica), questo personaggio nasce dalla tradizione orale durante i secoli del dominio ottomano nei Balcani. Egli è tipicamente rappresentato come un contadino povero ma dotato di una prontezza di spirito eccezionale.

I parallelismi con il Bertoldo italiano sono molteplici e si snodano su diversi livelli d'analisi.

L'estrazione sociale e il rovesciamento delle gerarchie
Sia Hitar Petar che Bertoldo sono espressione del mondo rurale e subalterno. Bertoldo è un contadino "rozzo di membra" ma "di mente acutissimo", che si confronta con la corte di re Alboino. Hitar Petar, parimenti, è un popolano le cui avventure lo vedono costantemente contrapposto alle figure di potere del suo tempo: il čorbadžija (il ricco possidente locale), il clero ortodosso (spesso tacciato di avidità nei racconti popolari) o i rappresentanti dell'autorità ottomana. Entrambe le narrazioni fungono da strumento di compensazione sociale: attraverso l'astuzia, il debole e il povero trionfano sul forte e sul ricco, svelando la miopia e la superbia del potere istituzionale.

L'arma dell'arguzia e del paradosso
Nessuno dei due personaggi ricorre alla forza fisica per imporsi. Le loro armi sono l'enigmistica verbale, il paradosso, il gioco di parole e la beffa pratica. Bertoldo risponde ai quesiti del re con una saggezza terragna e inattaccabile; Hitar Petar utilizza la dialettica per smascherare l'ipocrisia dei suoi avversari o per trarsi d'impaccio da situazioni apparentemente senza via d'uscita. È interessante notare come Hitar Petar trovi spesso un "doppio" speculare e un rivale paritetico in Nasreddin Hodja, celebre figura del folclore anatolico e islamico: i loro incontri sono veri e propri duelli d'ingegno, dove la scaltrezza bulgara e quella turca si misurano in un clima di rispetto reciproco, che trascende il conflitto storico tra i due popoli.

Le implicazioni lessicali e fraseologiche
Il punto di convergenza più rilevante per l'analisi linguistica è il modo in cui entrambi i personaggi hanno permeato il lessico e la fraseologia delle rispettive lingue, subendo un processo di antonomasia.

Nella lingua italiana, l'espressione "essere un Bertoldo" o "fare il Bertoldo" è passata a indicare una persona all'apparenza rozza ma dotata di grande furbizia e saggezza pratica, così come l'evoluzione della saga con Bertoldino e Cacasenno ha generato lemmi per indicare la sciocchezza o l'ingenuità palese.

In modo del tutto speculare, nella lingua bulgara moderna, il nome proprio "Хитър Петър" (Hitar Petar) è diventato un sostantivo a tutti gli effetti. Definire qualcuno un Hitar Petar significa riconoscergli una scaltrezza bonaria, una capacità di "cadere sempre in piedi" e di sapersi destreggiare tra le difficoltà della vita con espedienti ingegnosi. La fraseologia bulgara attinge a piene mani dall'immaginario di questi racconti per descrivere l'adattabilità dell'individuo comune di fronte a un sistema burocratico o statale percepito come ostile.

Il parallelo tra l'epopea rurale italiana di Bertoldo e le narrazioni orali bulgare di Hitar Petar dimostra come l'intelligenza contadina, intesa come istinto di sopravvivenza e acume slegato dall'istruzione formale, sia un archetipo narrativo universale. In entrambi i casi, il sorriso e la beffa si fanno portatori di una critica sociale sotterranea ma implacabile, lasciando un'eredità indelebile nei vocabolari e nei modi di dire delle rispettive lingue.

L'USIGNOLO E IL TACCHINO - storie su Hitar Petar

"Sciopero italiano" e "cercare un vitello sotto il bue"


Nel campo della linguistica e della fraseologia, è interessante osservare come lingue appartenenti a famiglie diverse – in questo caso le lingue slave e quelle romanze – possano presentare inaspettati punti di contatto.

Analizzando i legami tra la lingua bulgara e il contesto italiano, si possono individuare due esempi molto rappresentativi: un'espressione che cita l'Italia per ragioni storiche e una che mostra una stretta affinità concettuale dovuta alla comune matrice rurale.

"Италианска стачка" (Italianska stachka)

Nella lingua bulgara esiste un calco fraseologico che chiama in causa direttamente l'Italia. L'espressione è италианска стачка (si pronuncia italianska stachka) e si traduce letteralmente come "sciopero italiano".

In bulgaro, questo sintagma viene utilizzato per indicare ciò che in italiano è conosciuto come "sciopero bianco" o "sciopero di zelo". Si riferisce a quella forma di protesta in cui i lavoratori non incrociano le braccia, ma rallentano drasticamente la produzione applicando i regolamenti in modo estremamente rigido e meticoloso, fino a paralizzare l'attività.

L'origine dell'espressione:
Il riferimento geografico non è casuale, ma storico. Nel 1904, i ferrovieri italiani misero in atto una protesta innovativa: per evitare le sanzioni e i licenziamenti previsti per lo sciopero tradizionale, iniziarono a seguire alla lettera ogni singola norma di sicurezza del regolamento. Sottoponendo i convogli a controlli estenuanti, causarono ritardi tali da bloccare la rete ferroviaria nazionale. L'eco di questa tattica, tanto pacifica quanto efficace, raggiunse l'Europa orientale. Il termine si cristallizzò nel lessico, entrando nell'uso comune bulgaro per descrivere, ancora oggi, un rallentamento burocratico o lavorativo intenzionale.

L'affinità concettuale: "Да търсиш под вола теле" (Da tarsish pod vola tele)

Un secondo esempio, pur non includendo riferimenti diretti all'Italia, mostra un forte parallelismo logico e culturale con la lingua italiana. Entrambi i Paesi condividono una lunga tradizione agricola, che ha fornito un vasto bacino di metafore per descrivere i comportamenti umani.

Quando in italiano si vuole indicare una persona eccessivamente pignola, o la tendenza a cercare difetti e problemi inesistenti, si utilizza l'espressione "cercare il pelo nell'uovo". Il bulgaro esprime il medesimo concetto con l'idioma да търсиш под вола теле (si pronuncia da tarsish pod vola tele), la cui traduzione letterale è "cercare un vitello sotto il bue".

Proprio come l'immagine dell'uovo, l'espressione bulgara si fonda su un paradosso legato alla vita contadina. Il bue, essendo maschio, è biologicamente impossibilitato a generare, e logicamente non potrebbe nascondere un vitello sotto di sé. La metafora sottolinea l'assurdità di chi indaga ostinatamente alla ricerca di un elemento che, per le leggi stesse della natura o della logica, non può essere presente.

Metodo di traduzione automatica di Federico Pucci


Il metodo di traduzione automatica di Federico Pucci si basava sul concetto di un "traduttore meccanico" che aveva lo scopo di consentire agli europei di corrispondere tra loro conoscendo solo la propria lingua.
In cosa consisteva il Metodo di Federico Pucci?
Pucci presentò il suo studio sul "traduttore meccanico" nel dicembre 1929 (pubblicandolo poi nel 1931 in un libro intitolato: Il traduttore meccanico ed il metodo per corrispondersi fra Europei conoscendo ciascuno solo la propria lingua: Parte I).
Il sistema era basato su regole e presumibilmente utilizzava un dizionario multilingue per la traduzione. Pucci fornisce istruzioni per la ricostruzione dei primi due testi tradotti "meccanicamente", suggerendo che il suo metodo era un sistema documentato e potenzialmente realizzabile.
La sua idea era la materializzazione di un dispositivo che avrebbe potuto effettuare la traduzione meccanica, ovvero l'elaborazione del linguaggio secondo un processo automatizzato.
Una traduzione prodotta con il suo metodo nel 1931 è stata ritenuta assolutamente notevole a titolo di confronto con le traduzioni automatiche moderne.

In cosa è stato precursore della traduzione con AI?
Federico Pucci è considerato un pioniere dimenticato della traduzione automatica, e la sua storia precede i più noti precursori Georges Artsrouni e Petr Trojanskij (i cui brevetti risalgono al 1933).
Il suo studio fu presentato nel 1929, ben 20 anni prima della pubblicazione del memorandum di Warren Weaver (1949), considerato un punto di svolta, e 25 anni prima dell'esperimento Georgetown-IBM (1954) di traduzione automatica basata su regole.
Pucci propose il concetto di un sistema di traduzione automatica basato su regole già all'inizio degli anni '30, di fatto anticipando un approccio che sarebbe stato dominante per decenni nella storia della traduzione automatica, prima dell'avvento dei metodi statistici e neurali che utilizzano l'Intelligenza Artificiale (AI). La sua figura è così importante che si suggerisce di riscrivere la storia della traduzione automatica del XX secolo a partire dal 1929, riconoscendo Pucci come il precursore più antico.

Pucci fu precursore non direttamente della traduzione neurale (AI), ma del concetto stesso di traduzione automatica (TA) basata su regole (Rule-Based Machine Translation), ponendo le basi teoriche e pratiche che in seguito hanno portato allo sviluppo di tutte le forme successive di TA, inclusa l'AI moderna.
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